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CARCERI: CHIERCHIA (CIISA PENITENZIARI), “JAMMER, BENE LA SPERIMENTAZIONE. ORA FACCIAMO DELLA TECNOLOGIA UNA BARRIERA CONTRO I CELLULARI CLANDESTINI”.

ROMA – «La sperimentazione di Secondigliano dimostra che siamo davanti a una tecnologia che può offrire un contributo concreto alla sicurezza penitenziaria. Per questo accogliamo con favore le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri e auspichiamo che questa esperienza possa proseguire ed essere valutata in altri istituti».

Lo dichiara il Dott. Romeo Chierchia, Segretario Generale di CIISA Penitenziari, intervenendo sulla sperimentazione dei sistemi di inibizione delle comunicazioni cellulari avviata nella Casa Circondariale di Secondigliano.

Gratteri ha auspicato che l’iniziativa non rimanga isolata e che i sistemi possano essere installati almeno negli istituti dove sono presenti reparti di Alta Sicurezza.

«Come CIISA Penitenziari – afferma Chierchia – siamo favorevoli alla sperimentazione e non intendiamo in alcun modo contrapporci ad essa. Al contrario, riteniamo che sia arrivato il momento di trasformare questa esperienza in un progetto più ampio e strutturato, capace di coniugare tecnologia, sicurezza e tutela del personale».

I primi dati comunicati sulla sperimentazione di Secondigliano indicano circa 24.000 tentativi di accesso alla rete bloccati in una sola giornata. Il sistema, inoltre, consente di autorizzare un numero limitato di utenze a superare la barriera, proprio per garantire le comunicazioni necessarie.

«Numeri che meritano attenzione – sottolinea Chierchia – perché dimostrano quanto sia necessario intervenire. Ma il nostro obiettivo deve essere ancora più ambizioso».

DAL JAMMER ALLA SICUREZZA INTEGRATA

«Non parlerei di una tecnologia superata – spiega il Segretario Generale CIISA – ma della necessità di far evolvere il concetto di jammer. Il futuro non può essere rappresentato soltanto dal semplice disturbo del segnale. Dobbiamo puntare a un sistema integrato capace di mettere insieme rilevazione, localizzazione, inibizione delle comunicazioni non autorizzate e gestione delle utenze autorizzate».

Per CIISA Penitenziari, inoltre, un elemento deve essere considerato prioritario: la sicurezza degli operatori.

«La Polizia Penitenziaria – continua Chierchia – deve poter lavorare sapendo che le proprie comunicazioni operative e i sistemi di emergenza rimangono pienamente funzionanti. Una tecnologia destinata a rafforzare la sicurezza del carcere deve essere progettata anche per tutelare chi, dentro quel carcere, garantisce quotidianamente ordine e sicurezza».

Il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha spiegato che il sistema non potrà essere necessariamente applicato nello stesso modo in tutti gli istituti, perché occorre tenere conto delle caratteristiche dei singoli territori e delle attività presenti nelle aree circostanti.

«Ed è proprio per questo – aggiunge Chierchia – che proponiamo un percorso di sperimentazione e collaudo istituto per istituto, verificando preventivamente le possibili interferenze e individuando la soluzione tecnologica più adeguata a ciascuna struttura».

LA PROPOSTA DI CIISA PENITENZIARI

CIISA Penitenziari propone quindi di accompagnare la progressiva estensione della sperimentazione con un modello nazionale che preveda:

🔹 sistemi di rilevazione dei dispositivi non autorizzati;
🔹 strumenti di localizzazione;
🔹 sistemi di inibizione delle comunicazioni clandestine;
🔹 gestione delle utenze autorizzate;
🔹 tutela delle comunicazioni operative della Polizia Penitenziaria;
🔹 verifiche tecniche specifiche per ogni istituto;
🔹 formazione del personale;
🔹 monitoraggio dei risultati e progressivo aggiornamento tecnologico.

«La tecnologia – conclude Romeo Chierchia – non deve sostituire gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria. Deve metterli nelle condizioni di lavorare meglio e in maggiore sicurezza.»

«Per questo – conclude il Segretario Generale di CIISA Penitenziari – sosteniamo la sperimentazione, sosteniamo l’innovazione e chiediamo che questa esperienza diventi un progetto nazionale strutturato. Se un detenuto non autorizzato può utilizzare un telefono per comunicare con l’esterno, lo Stato deve avere strumenti tecnologici adeguati per impedirlo».

Dalla sperimentazione alla sicurezza integrata.

Dott. Romeo Chierchia
Segretario Generale CIISA Penitenziari

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