La vicenda dell’agente della polizia penitenziaria indagato per tentato omicidio dopo i tre colpi esplosi al pronto soccorso dell’ospedale di Prato continua a suscitare reazioni nel mondo sindacale.
A esprimere vicinanza all’agente è Romeo Chierchia, segretario generale del Ciisa Penitenziari, che precisa di non voler entrare nel merito delle responsabilità, che dovranno essere accertate dalla magistratura. “Chi indossa una divisa e interviene in una situazione di emergenza non può essere lasciato solo dallo Stato”, afferma Chierchia.
Secondo il sindacalista, un agente della polizia penitenziaria è spesso chiamato a prendere decisioni in pochi secondi, in situazioni potenzialmente pericolose. “Deve fermare una fuga, fronteggiare un’aggressione, proteggere colleghi, cittadini, medici e pazienti”, sottolinea.
Il Ciisa Penitenziari allarga quindi il tema all’intero corpo di polizia penitenziaria, denunciando le difficoltà quotidiane degli operatori, che, sostiene Chierchia, vengono “aggrediti, spintonati, colpiti e insultati” e che, quando intervengono per ristabilire l’ordine, rischiano di essere giudicati prima ancora che vengano valutate le condizioni in cui hanno operato.
“Non chiediamo impunità. Chiediamo certezza del diritto”, precisa il segretario generale del sindacato. Tra le richieste avanzate ci sono regole più chiare sull’uso della forza e delle armi, sulla gestione delle fughe e delle aggressioni e una maggiore tutela per gli operatori che agiscono nell’esercizio delle proprie funzioni e nel rispetto della legge.
Il sindacato chiede inoltre “uno scudo penale per chi opera legittimamente”, oltre a formazione adeguata, strumenti moderni e una maggiore certezza delle tutele. “Non possiamo chiedere a un poliziotto di essere coraggioso nel momento dell’emergenza e poi lasciarlo solo quando quell’emergenza finisce”, conclude Chierchia.
